Una convenzione che ci riconosce come umani
Il 'come stai?' è ormai spesso un intercalare privo di significato, ma resta il primo passo di una conversazione che ci distingue come esseri umani: per i pochi secondi spesi in questa formalità ci riconosciamo reciprocamente come esseri che provano qualcosa, e i cui pensieri e azioni di quel giorno saranno viziati da come si sentono.
A scuola non ci si domanda mai 'come stai?', eppure gli attori di quel mondo si frequentano per un tempo considerevole. Un docente entra, riceve il saluto reverenziale di studenti obbligati ad alzarsi, fa l'appello per cognome, e in coppia la lezione si chiede una performance che si chiude con un numero, il voto: a volte è l'unica cosa che il docente saprà di quello studente, l'unico attributo personale di quel giorno.
Il primo docente della giornata chiede 'come stai?'
Un ragazzo entra in classe e impara che lì dentro a nessuno importa come sta, ma che al sistema importa moltissimo che lui performi, ogni giorno, se non vuole essere identificato con un numero negativo: quello che discrimina una giornata positiva da una triste, un complimento da un rimprovero.
Cosa accadrebbe invece se, entrando in classe, il primo docente della giornata chiedesse a uno studente 'come stai?', e poi gli chiedesse di farlo a sua volta a un compagno, dando inizio a una catena di valore? Anche il docente è un essere senziente e dovrebbe essere interpellato con la stessa domanda, ogni giorno, per anni. Con una sola domanda si restituirebbe a ciascuno la propria soggettività, il diritto a non essere sempre perfetto e a mettere al primo posto la propria salute mentale.
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